Benvenuti nel Blog che racconta San Vito attraverso alcune storie, qualche leggenda e certe dicerie che, laddove non fossero vere, sarebbe comunque difficile ritenerle false.
STORIE DI PAESE
venerdì 3 settembre 2010
MARTINO E L’ARTE DI FAMIGLIA
mercoledì 21 luglio 2010
GINO E ANNA PER SEMPRE INSIEME
SanVitoCH.info (C)
A Gino era toccato vivere nell'epoca in cui ogni singolo guadagno del suo lavoro non apparteneva a lui, come oggi si riterrebbe scontato, ma al suo amato padre, amministratore unico di tutte le entrate della famiglia. Tatà Lorenzone infatti, sapeva cosa fare con quei soldi e come ripartirli in maniera equa tra i suoi sette figli e le diverse donne che in certe sere andava a visitare.
Un'unica volta Gino, bisognoso di un po' di tabacco aveva chiesto alla Signoria di suo padre qualcosa in più, e la questione s'era risolta in una doppia incazzatura. Tatà, con una scrollata di spalle gli aveva risposto che del tabacco poteva farne benissimo a meno. Lì per lì, Gino fece una gran fatica a ributtar giù le parole che gli stavano venendo fuori dalla bocca: chi tra i due poteva fare a meno di qualche sporco vizio, era proprio il vecchio. All'indifferenza del padre, aveva fatto seguito l'insolenza di Anna sua moglie, che senza alcun ritegno s'era intromessa pure lei, incoraggiando la Signoria del suocero a non dare alcun denaro al figlio, che tanto andava buttato via in tabacco.
Soli nella stanza, per cominciare il discorso in qualche maniera, la cosa che gli venne più facile da fare fu allentare uno schiaffone alla moglie che la lasciò tramortita, forse più dallo stupore che dal dolore. Solo dopo lo schiaffo Gino, fu capace di emettere dei suoni, urlati eppure sconnessi, privi di senso, incomprensibili nella forma ma comunque chiarissimi nel messaggio.
Quindi cominciò a riprendere parte del suo usuale pallore, ma rimase con la bocca aperta e le palle degli occhi che sembravano volessero sgonfiarsi. Anna si poggiò la mano sulla guancia offesa, disse: Ohh Dio!!!
Lui, le diede le spalle, si voltò e riuscì di casa. Si era pentito, non capiva perchè l'aveva fatto e perchè non s'era fermato in tempo. Era la prima volta che accadeva in nove anni di matrimonio, e non ce ne fu un'altra negli altri 27 che avrebbero passato assieme.
Anna dal canto suo, aveva realizzato come il marito si fosse sentito umiliato. Lavorava come un asino il marito, e come se non bastasse doveva abbassare la testa come un ragazzino perchè non poteva ancora comandare a casa sua. Quel tabacco non era un vizio, era uno sfogo.
Gino era sconvolto da ciò che aveva fatto, e aveva capito che aveva scaricato sulla moglie la rabbia che in realtà aveva nei confronti del padre. Il giorno dopo era tutto passato senza chiarimenti e senza scuse da parte di nessuno. A Gino le parole non venivano nemmeno quando era calmo, poi chiedere scusa ad una donna, significava darle troppa confidenza.
In altri 27 anni insieme quell'episodio non fu mai nominato sebbene nessuno dei due lo avesse dimenticato, e con il tempo, Anna lo ricordava tra sé e sé quasi con piacere: poteva pensare alla sua vita insieme al marito, un marito impeccabile con i figli, con lei e con chi lo conosceva, un marito che aveva sbagliato solo una volta e non per colpa sua in fondo.
Dopo quel giorno in cui lui la lasciò perchè andando per granchi si fracassò la testa sugli scogli, lei avrebbe cominciato a raccontare di tanto in tanto ai nipoti di quello schiaffo, come se si fosse trattato di una carezza. In realtà nessuno in famiglia capiva la bellezza di quel gesto ma in fin dei conti il bello, era lei che ne parlava.
domenica 25 aprile 2010
D'ANNUNZIO, ZI' NICOLA E LA TOPONOMASTICA
SanVitoCH.info (C)
Gabriele D'Annunzio, da molti definito il genio compreso della letteratura italiana, ebbe nel suo soggiorno a San Vito Chietino l'ispirazione per il drammatico e appassionato "Il Trionfo della Morte": nel romanzo il suo alter ego Giorgio Aurispa è un uomo dominato dalla passione irrefrenabile per la donna amata; è una passione tragica: il protagonista è incapace di riuscire a vivere la sua storia felicemente e, tormentato dalla passione, vinto in ogni momento dai dubbi e dalla gelosia, decide che l'unica soluzione sia di togliersi la vita e contemporaneamente toglierla alla sua amata. Impossessato dalla lucida follia che lo attanaglia, sceglie di porvi fine nel modo più tragico e di finirla così, avvinti nel comune destino per restare sempre una sola cosa.
Essendo un genio compreso, D' Annunzio vide il suo romanzo avere grande succeso, non bisognò aspettare che a morire fosse l'autore, come pure di frequente accade a tanti talenti che anticipano troppo i tempi.
Da lì iniziò quella corsa delle amministrazioni ad assegnare il nome del poeta alle strade, alle scuole e ai posti che fino ad allora la gente era abituata a chiamare con altri nomi. E per verità in barba alle nomine ufficiali, la gente del posto avrebbe continuato a chiamarli col nome di sempre.
Per le scuole e le strade forse no. Contro una "Via D'Annunzio" un "Istituto D'Annunzio" c'era ben poco da fare, ma se vogliamo pensare al Promontorio, beh quello per la gente restava il "Colle del Guardiano" in quanto posto di guardia ideale dove, come anche il poeta scrisse, si poteva osservare a sinistra fino al Gargano e le Isole Tremiti, a destra fino al porto di Ortona. Colle del Guardìano (per essere precisi) che rimase tale nella bocca dei più, fino ai nostri giorni, eccetto che per i forestieri, che possono essere giustificati. La gente del posto invece, nemmeno quando il Comune vi appose una lapide sembrò curarsi di Giorgio Aurispa.
Eppure quando quel sentiero che D' Annunzio percorse a piedi divenne strada rotabile, il comune non si risparmiò:
E pensare che proprio per quella storia, la gente ne ricordava una simile il cui protagonista non era Giorgio Aurispa. Era la vera storia di Zì Nicola, che vera lo era anche nell'epilogo finale. Più comunemente quella di Zì Nicola era la storia di un amore non corrisposto. L'uomo più che essersi innamorato s'era invaghito, e da quando si era dichiarato ricevendone un secco rifiuto, la sua malattia più che placarsi gli era divampata dentro. Continuava ad insistere, ed al secco "No" della sua bella erano via via seguiti un "No, forse non capisci!", Poi "No, vai via". Fino a "No, non voglio vederti tra i piedi" . E "No, ti odio proprio, sparisci".
Il rifiuto rimaneva sempre lo stesso ma si caricava di insulti sempre più pesanti. L ' amore di Zì Nicola non ne risentiva affatto; essere corrisposto o meno non cambiava le cose…
Fu così che, per amore, decise di seguire il consiglio della sua bella, decise di sparire. Avendo perso senno e coscienza per sparire scelse la via a lui più vicina. Salì su per la via del bosco e arrivò al punto più alto del precipizio. E da lì sparì.
Nessuno ci mise una lapide ma quello sarebbe rimasto per sempre il "Fosso di Zì Nicola", un povero innamorato, che non fu mai, né genio né compreso. Ebbe solo, e tardi, un po' di compassione.
domenica 14 marzo 2010
IL MARCHIO, ovvero MATTEO SCOPRE I TRABOCCHI
Matteo quei trabocchi li aveva sempre visti come una cosa scontata: c'erano, come c' erano sempre stati, e come dovevano sicuramente esserci dappertutto. Si stupiva lui stesso a vedere stupiti quei forestieri che chiedevano cos'erano e a che servivano.
Aveva smesso di darli per scontati dopo esserci salito sopra la prima volta; da bambino aveva avuto una paura nera a fare la passerella: diversamente da altre passerelle non si trattava di sfilare, ma più giustamente di passare dalla terra ferma alla piattaforma del trabocco. Agli occhi di principianti la passerella era qualcosa di quanto più instabile e pericoloso l'uomo potesse aver mai arrangiato. Alta sul livello del mare, le assi scricchiolavano e si flettevano sotto il peso dei piedi che con titubanza avanzavano; le stesse assi erano ora vicinissime l'un l'altra, ora distanziate di un buon palmo di mano. E poi oltre ad essere alta, quelle prime volte per Matteo la passerella sembrava non dovesse finire mai.
Una volta ci s' era messo il vento a complicare le cose e a Matteo gli sembrava che stesse per giungere la fine. Le gambe avevano preso a far giacomo-giacomo e il tremolio delle gambe sembrava che si fosse trasferito alla passerella tutta. Era certo che il prossimo passo, se fatto male, poteva esser l'ultimo. Aveva cominciato a sudare e a metà percorso, quando tornare indietro o andare avanti era ugualmente complicato, l'istinto fu quello di inginocchiarsi e andare avanti carponi. Per fortuna che non si era mai soli lassù. Per cui il rischio di scherno da parte di compagni più esperti o il rimbrotto dei grandi, il presumibile arrivo di uno scappellotto dietro al collo lo spinsero ad andare avanti e portarono Matteo sulla piattaforma. Da quel giorno la paura della passerella iniziò ad affievolirsi. Di lì a poco, Matteo si divertiva a passarci sopra di corsa, a tornare indietro e a fermarcisi sopra spavaldo, prendendosi lo scappellotto dietro al collo perché sulla passerella non si doveva sostare.
Non era nulla di scontato il trabocco, e più passava il tempo più gli sembrava la più grande opera architettonica che si fosse mai prodotta da quelle parti. Quello che vedeva Matteo da piccolo, era un ammasso, fatto alla meno peggio, di pali e paletti legati e inchiodati senza alcuna cognizione, corde e fili di ferro che passavano e si incrociavano dando del trabocco un'impressione di un paio di calzoni rattoppati al punto da non identificarne nemmeno più la stoffa originale da quella aggiunta dopo.
Invece no, i traboccanti erano maestri che con gli anni erano riusciti a costruirsi una macchina straordinaria, tanto esile e fragile all' apparenza, quanto forte e resistente alla prova dei fatti.
Alberi di olmo e robinia, reperibili facilmente nella zona costiera, fornivano la gran parte del legno che veniva utilizzato per la struttura. Nel '900 si erano aggiunti come materiale anche i binari della ferrovia, usati come pilastri piantati nella roccia, poi collegati con grossi bulloni ai pali di legno, a reggere il tutto. Quel tutto erano la passerella, la piattaforma, la cabina, l'argano, le antenne e la rete. L' argano era l' elemento che consentiva di manovrare la rete, di tirarla su e lasciarla ricadere in acqua in modo non violento ed improvviso ma controllato, da cui l'espressione "cala lenta".
Mare grosso, vento, sole, pioggia, salsedine, erano a turno o insieme lì, ad attaccare, corrodere e consumare in ogni santo momento quella struttura che imperterrita, restava indifferente come un vecchio pensionato seduto davanti al portone di casa, che sembra fregarsene di qualsiasi evento possa accadere.
Matteo a riguardarli, aveva man mano maturato la convinzione che la sua gente era uguale a quei trabocchi. Più ci pensava e più li vedeva uguali. Gente che sta lì a fregarsene delle tempeste e delle mareggiate. Che se la prende così come gli viene, che pare che non ce la può fare e invece affronta tutto, come pronta a sbarcare ma poi incapace di prendere il largo.
Non si rinnovano, non si allargano. Si adattano, rimanendo sempre uguali.
I trabocchi altro non erano che un marchio di riconoscimento e il simbolo della loro identità. In fondo era per questo che dovevano essere tutelati e conservati: non c' era da stare lì a trasformarli in ristoranti, togliendo gli scricchiolii, e rifacendo le passerelle larghe e dritte, sempre più simili a quelle delle sfilate, quelle dove si passa per mostrarsi e che non conducono da nessuna parte.